Se gli animali hanno un'anima…

La zootecnia europea è entrata nelle nostre case, con l’insistenza giornalistica dei vari persuasori occulti, dei media, che c’informano sullo stato di salute degli animali da reddito, dei soggetti del reddito, di tante persone che stanno cercando di arginare un’offensiva biologica d’altri animaletti più virulenti che mai.

L’afta epizootica, tanto conosciuta e ultimamente temuta peggio della BSE, ci tormenta quotidianamente con nuovi focolai in arrivo anche nel nostro paese, sconvolgendo il settore carni e latte di un mercato già in crisi per le lotte tra stati membri della Comunità, in merito a chi debba andare la fetta maggiore o minore di surplus produttivo come calmiere dei prezzi e della concorrenza extracomunitaria.

Mentre per l’encefalopatia spongiforme, “siamo sicuri” di quello che abbiamo mangiato in precedenza e “dovremmo essere più tranquilli per quello che mangiamo adesso”, per l’afta siamo sicuri che non è mortale per noi, non c’è pericolo di trasmissibilità, solo gli animali ad unghia fessa sono sensibili, contraggono il virus, sviluppano le manifestazioni vescicolari crostose, dopo una fase d’incubazione di pochi giorni con febbre e malessere generale, poi possono morire con una variabilità che va dal due al cinquanta per cento, il restante novantotto o cinquanta per cento, dopo una settimana è guarito, riprende a produrre e arriva alla fine del suo ciclo, dove raggiunge il premio della sua vita, una dignitosa macellazione per riempire le nostre tavole e frigo di materie prime alimentari.

Perché si abbattono tutti gli animali di un allevamento infetto?

I nostri insegnanti di malattie infettive ci hanno sempre detto che lo “stamping out” è la soluzione drastica e meno costosa di fronte a questa malattia, l’incenerimento delle carcasse con gomme consumate in un bel sugo di gasolio rimane l’unica scelta compatibile”.

Se invece qualcuno si azzarda ad affermare che dall’afta si può guarire benissimo, non fa notizia perché non è una voce autorevole che dispone di mezzi potenti, di cultura e capacità professionali secondo la logica della Medicina ufficiale.

I Veterinari che hanno lavorato con questa malattia da 30, 40 anni, la conoscono bene, l’hanno curata fin quando era possibile e non la ritengono così devastante come si va affermando adesso.

Alcuni di loro, quando non esisteva l’obbligo dell’abbattimento, quando il bovino rappresentava una risorsa importante per la famiglia che viveva solo d’agricoltura, allora veramente biologica, la curavano con rimedi locali, oppure con il principio dell’isopatia (che non è la vaccinazione), utilizzando il liquido delle lesioni vescicolari su altri animali per trasmettere l’input della stimolazione anticorpale, altri l’hanno ignorata come causa di malessere comune, mescolando i sintomi con un’indigestione a carattere febbrile, quando non vi erano le manifestazioni classiche, oppure sono stati confusi dalla schiuma che fuoriusciva dalla bocca dei ruminanti o dei suini come sintomo di dentizione in atto o infezione boccale da corpi estranei.

In molti casi, non è stata segnalata all’autorità sanitaria dei tempi passati, al veterinario provinciale o ai vari veterinari condotti per timore di vedere il proprio allevamento invaso da tutori della sanità animale ad imporre una rigida procedura d’abbattimento di capi infetti e isolamento dell’allevamento per le quarantene indispensabili all’esaurimento dell’epizoozia.

In tempi più recenti, “moderni”, il ricorso alla vaccinazione sembrava porre un freno alla sua diffusione, poi, come negli USA, dove la dimensione e la struttura zootecnica non sono paragonabili alle nostre, si è passati all’abbattimento totale, al cerchiaggio epidemiologico della malattia, abbandonando l’immunizzazione da vaccino per risolvere il problema con montagne di carcasse al rogo.

Nell’ultima epidemia che colpì la provincia di Modena, l’impegno sanitario fu notevole, mezzi e uomini lavorarono giorno e notte per scavare fosse comuni, che accogliessero gli animali che poi erano bruciati, creando fumi neri di gomme e gasolio che si spostavano nei nostri cieli invernali, creando delle cappe, puzzolenti e maleodoranti, ma “che non potevano essere evitate”, secondo gli esperti.

Credo sia abbastanza naturale chiedersi se effettivamente tutto questo sia giusto o meno; ma se ancora qualcuno affermasse che l’afta è una malattia curabile anche con pochi mezzi, quale sarebbe la risonanza di queste affermazioni in questo momento?

Secondo l’esperienza del Dottor M. C. Aluigi, Medico Veterinario Omeopata, da oltre 30 anni, l’impiego di pochi rimedi Omeopatici, associati ad un rigoroso isolamento temporaneo del gruppo d’animali è più che sufficiente ad evitare la mortalità o le complicazioni dovute alle manifestazioni cutanee e mucose.

Anche la Medicina Tradizionale Cinese ha sempre attribuito alla cute, con le manifestazioni di cui è sede, la funzione, tra le altre, d’esonerazione di tossine interne che, con la collaborazione microrganismi, raggiunge il risultato del massimo equilibrio possibile in quel momento nel soggetto..

In Medicina Omeopatica ed Omotossicologica, qualsiasi manifestazione cutanea, è sempre vista con gran rispetto per il corpo, perché rappresenta una via d’uscita naturale di tossine che diversamente andrebbero a depositarsi negli organi più interni (vicariazione progressiva), in una fase di latenza cronica, pronte ad interessare l’animale con altre patologie, più gravi, più complesse, di più difficile guarigione.

Queste brevi riflessioni partono da un’esperienza personale, quella dell’ultima epidemia dell’inverno tra 1985 e 1986, nella provincia di Modena, densamente popolata di bovini e di suini (4 suini per abitante in quel periodo).

Erano i primi anni della mia attività.

Per lavorare, affiancai i colleghi dell’USL.
Fui chiamato alla campagna vaccinale.

Si doveva fare in fretta, tutte le porcilaie erano in fibrillazione, la cronaca della malattia arrivava come un bollettino di guerra, i giornali ogni giorno segnalavano nuovi casi, bisognava far presto.

In questo stato di allerta generale fui chiamato in un allevamento annesso ad un caseificio, l’obiettivo era quello di vaccinare tutti i capi, cambiando ago per ogni animale, nella speranza di ridurre l’infezione con la puntura.

Entrai con altri colleghi in alcune sale popolate di maiali adulti, che mostravano chiaramente i segni dell’afta come mai avevo visto, neanche sui testi classici di malattie infettive su cui avevo studiato.

Animali di 40, 50, 80, 120 kg di peso che presentavano delle vescicole che sembravano bolle di sapone appoggiate sul grugno, alcuni zoppicavano per le lesioni agli unghielli, altri si presentavano abbattuti per la fase febbrile in atto, altri ancora avevano qualche segno esterno, ma avevano già superato la fase acuta e si erano ripresi al punto che li disturbava essere “punturati”, per l’ennesima volta, mentre mangiavano tranquillamente.

I più deboli in fase febbrile non potevano raggiungere la mangiatoia ed erano sopraffatti da quelli più forti, provocando quindi una sorta di selezione da legge del più forte.

In questa situazione, era certamente più facile il graduale peggioramento della situazione clinica del maiale che oltre che per la mancanza d’energia dall’alimento ed acqua, s’abbatteva anche “ psicologicamente”, lasciandosi andare alla morte.

Come per l’uomo, credo che, anche per l’animale, esista una reattività comportamentale, un “temperamento” che dimostra un’elaborazione emotiva, conflittuale, chiamiamolo istinto se volete.

Dopo tre giorni di lavoro fu deciso di abbattere comunque tutti gli animali presenti sempre per una precauzione sanitaria dettata dall’urgenza del momento e dalle regole ferree del regolamento di polizia veterinaria.

Con questa recrudescenza attuale del fenomeno a livello europeo, mi chiedo se ha senso questa carneficina oppure se sia più utile operare in un contesto più umano e animale per il vero benessere.

Cosa si potrebbe fare in pratica per evitare queste stragi ambientali?

Vanno benissimo le norme igieniche ambientali ed i controlli dei movimenti di animali, ma queste regole esistono già, va bene isolare l’allevamento, evitare contatti esterni per una quarantena sufficiente ad esaurire l’ondata infettiva; va bene disinfettare le ruote dei mezzi, le suole delle scarpe, cospargere di calce viva o altri disinfettanti luoghi di movimentazione del personale o degli animali all’interno dell’allevamento; sarebbe ideale poter chiedere ai volatili di non soggiornare nel luogo del focolaio (riflettiamo).

La cura sugli animali può avvenire con pochi rimedi Omeopatici (Mercurius solubilis, Nitricum acidum, Arsenicum album, Sulfuricum acidum, Cantharis, Lachesis mutus, ad esempio, per citare quelli d’uso più frequente) oppure con complessi che contengono questi principi attivi.

Parlando del Dottor M. C. Aluigi, annoto la sua personale esperienza con un immunostimolatore vegetale (ISV), che consente di curare e di prevenire le complicazioni anche in caso di focolaio.

Esistono anche tanti altri mezzi naturali che possono aiutare gli animali a superare questa forma virale che si potrebbe paragonare alle nostre epidemie influenzali invernali.

E se qualche animale muore?

L’esclusione dal gruppo e l’interramento in fosse opportune riduce notevolmente il danno generale, per gli altri animali guariti, a meno che non li consideriamo solo delle macchine produttrici di carne e latte, rimane solo qualche traccia, hanno bisogno di alcune settimane per riprendersi; possono riprendere la loro carriera riproduttiva o essere macellati.

Ma il virus che fine ha fatto?

Secondo recenti indagini, la permanenza è molto variabile ma posso riportare i risultati di alcuni lavori eseguiti per verificare la permanenza dei titoli anticorpali dopo vaccinazione antiafosa

Si è visto, in pratica, che gli animali mantengono le difese indotte dalla vaccinazione anche per alcuni anni.

Per altri animali si assistette ad una permanenza di oltre 5, 6 anni degli anticorpi, a seguito della interferenza legata alla vaccinazione degli stessi capi con altri vaccini (enterovirus e leptospira hardjo in idrossido di alluminio) ed alla influenza di vari stress ambientali cui erano soggetti: stress da trasporto, da eccessivo numero di capi per superficie, da tecniche intensive di allevamento non sempre in sintonia col benessere animale.

S’invoca, a questo proposito, una sorta di memoria immunologica che rimane nell’animale dopo aver subito una serie di vaccinazioni con risposte cellulari crociate; siamo cioè di fronte ad un “caos immunitario” a seguito degli stimoli vaccinali contemporanei e continui.

La conclusione più immediata riguarda la possibilità che anche nelle infezioni naturali vi sia questa permanenza latente della riposta anticorpale.

Se lo “stress da vaccinazione” crea uno squilibrio della risposta immunitaria dal punto di vista sierologico, caos immunitario, questo può spiegare la recrudescenza dei focolai, anche se non è l’unica causa.

Nei suini, ad esempio, i piani vaccinali prevedono, nel loro ciclo di vita di circa 18 mesi, non meno di 10 interventi vaccinali.

Se a questo aggiungiamo le tecniche d’allevamento stressanti possiamo immaginare come arrivi al limite di resistenza un tale sistema di difesa naturale.

Anche i nostri soldati nel Kossovo, prima di partire, hanno subito un piano di profilassi simile a quello usato negli animali.

Qualche giornale ne ha parlato ed a qualcuno è venuto il dubbio che, oltre che all’uranio impoverito, la leucemia contratta dai giovani militari sia legata all’eccessivo stress immunitario.

Veniamo alla macellazione, di questi animali e chiariamo subito il dubbio della mancata trasmissione all’uomo per la labilità del virus che a seguito della maturazione naturale del muscolo, la frollatura, non resiste, perché sensibile alle variazione di ph della carne.

A valori di 6,5° a 4° di temperatura si ha una perdita del titolo anticorpale di un log ogni 14 ore, a ph 6 e ph 5 l’inattivazione arriva al 90% in pochi minuti.

Su materiale essiccato, la permanenza è maggiore ed è questo materiale che può costituire un serbatoio per altre infezioni (frattaglie d’origine animale da animale infetto soggette a lavorazione).

Chiaramente, la cottura provoca l’inattivazione, quindi come misura preventiva sarebbe opportuno predisporre dei macelli contumaciali, in grado di eseguire la macellazione degli animali, provenienti da allevamenti in cui vi è stata una precedente infezione, per controllare la lavorazione e l’opportuna conservazione della carne in condizioni ambientali in grado di esaurire la presenza del virus nei muscoli.

Dopo queste brevi considerazioni personali, concludo che non ritengo giusto l’accanimento profilattico mostrato nei riguardi di questa malattia; ritengo possano essere prese misure meno drastiche e più adatte alla situazione particolare dell’allevamento alla luce di conoscenze diverse da quelle con cui siamo abituati a convivere.

Dottor Francesco Vignoli, Medico Veterinario